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martedì 16 febbraio 2021
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mercoledì 23 settembre 2020
AUTORITRATTO
I personaggi che mi camminano in testa non hanno una loro voce e questo mi fa dubitare di me stessa come poche cose al mondo. Sono incompleti, insicuri, già perdonati. Disprezzano le pressioni del mondo (quindi della sottoscritta), scappano. A settembre la testa si fa piena di racconti, corpi con una storia che non riesco a raccontare...ma forse dovrei iniziare ad usare di meno l'avverbio 'mai', in relazione alle mie capacità. Stavo per scrivere 'non riesco a raccontare mai' ma mi sono ricordata che questo settembre è stato il primo vero mese dell'anno ad essere buono con me: ho scritto cose che avrei pensato di portarmi nella tomba, un giorno. Quindi meno 'mai'. A settembre duemilaventi ho finalmente tirato un sospiro di sollievo, dopo un anno di tachicardie anomale e labirinti mentali.
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giovedì 26 marzo 2020
TUTTO ANDRÀ
Ho scritto che quando tutto sarà finito ci passeremo a prendere gli uni gli altri. Ci tireremo fuori a vicenda da lunghe settimane di lontananza, chiusura e attacchi di panico e ce ne andremo da qualche parte fuori, a santificare anche in silenzio (non ci farà più paura) il miracoloso dono delle connessioni umane in tempi bui come in tempi di luce.
lunedì 30 dicembre 2019
AI PROSSIMI DIECI
Questo è stato l'anno in cui sono giunte al termine importanti situazioni della mia vita e non nascondo di averle salutate con lunghi pianti, ma con mia grande sorpresa non sono state lacrime di tristezza ma di gratitudine. Il 2019 lo ricorderò come l'anno in cui una sera all'improvviso mi sono resa conto di stare finalmente bene e soprattutto di meritarmelo. Con coraggio, sempre, ho percorso un giorno dopo l'altro ed è ciò che mi ha portata lontana, in tutti i sensi, da quei vuoti cosmici della mia vita. Il coraggio.
Dieci anni fa avevo un'idea piuttosto vaga e ingenua di quello che mi sarebbe servito per essere felice, nella vita. Non avrei mai immaginato di perdere tutto quello che in maniera più o meno dolorosa ho perso per strada, ma soprattutto nemmeno nei miei sogni più belli sarei stata capace di sognare tutto ciò che sarebbero stati questi dieci anni: i più belli della mia vita. Esattamente l'idea piuttosto vaga e ingenua di felicità che avevo a 18 anni.
venerdì 13 settembre 2019
TRA IL TUTTO E IL NIENTE
Ho avuto la fortuna (e insieme la sfortuna) di non dover lavorare mentre studiavo all'università. Non perché i miei siano persone che navigano nell'oro colato dal cielo - decisamente no - ma perché sono persone che hanno lavorato e sgobbato per darmi un'istruzione di tasca loro. Su questo non c'è mai stato modo di smuovere entrambi, anche perché chiaramente io non ce l'avrei comunque fatta, psicologicamente e fisicamente a terra com'ero a causa di non so più quanti esami tra triennale e magistrale.
E quindi ho avuto la fortuna, dicevo, ma anche una particolare sfortuna, adesso che ho finito l'università e dovrò cercare un lavoro, di dover fronteggiare:
a- il non sapermi per niente muovere nell'incertezza di un sostanziale numero di CV inviati e potenzialmente dispersi nell'etere: chissà se mi chiameranno; se mi chiamano in due come faccio a decidere su due piedi; chissà se noteranno l'assenza di esperienze professionali e mi giudicheranno boh un'incapace...
b- la paura e il senso di colpa di non trovare subito un lavoro all'altezza degli studi che hanno spaccato le schiene dei miei genitori, prima della mia. Da qui deriva l'intrinseco terrore di deluderli con scelte lavorative che potrebbero non "approvare" anche se nel loro accontentarsi, io ci leggerei sempre e comunque una scia di delusione.
c- l'incertezza, di nuovo, di non sapere con precisione quali strade prenderò nella mia vita, se cambierò idea, se mi accontenterò, se potrò mai mettere in pratica quello per cui ho studiato, se avrò mai successo, se un giorno dirò di essere finalmente soddisfatta della mia vita.
d- la degradante sensazione di non riuscire ad accontentarsi.
Avere il privilegio di pensare solo allo studio per molti anni mi ha dato modo di programmare in modo più o meno preciso la direzione della mia vita. Adesso che non avrò più esami da preparare, sostenere e superare, mi trovo ferma tra il tutto e il niente con tanti obbiettivi sparsi e nessuna convinzione di riuscire a raggiungerli. Non so come si fa con la vita vera e propria in un momento in cui mi dovrò gradualmente e dolorosamente staccare completamente dai miei.
L'incertezza è la mia personale sfortuna e potenzialmente il mio più grande nemico, d'ora in poi.
E quindi ho avuto la fortuna, dicevo, ma anche una particolare sfortuna, adesso che ho finito l'università e dovrò cercare un lavoro, di dover fronteggiare:
a- il non sapermi per niente muovere nell'incertezza di un sostanziale numero di CV inviati e potenzialmente dispersi nell'etere: chissà se mi chiameranno; se mi chiamano in due come faccio a decidere su due piedi; chissà se noteranno l'assenza di esperienze professionali e mi giudicheranno boh un'incapace...
b- la paura e il senso di colpa di non trovare subito un lavoro all'altezza degli studi che hanno spaccato le schiene dei miei genitori, prima della mia. Da qui deriva l'intrinseco terrore di deluderli con scelte lavorative che potrebbero non "approvare" anche se nel loro accontentarsi, io ci leggerei sempre e comunque una scia di delusione.
c- l'incertezza, di nuovo, di non sapere con precisione quali strade prenderò nella mia vita, se cambierò idea, se mi accontenterò, se potrò mai mettere in pratica quello per cui ho studiato, se avrò mai successo, se un giorno dirò di essere finalmente soddisfatta della mia vita.
d- la degradante sensazione di non riuscire ad accontentarsi.
Avere il privilegio di pensare solo allo studio per molti anni mi ha dato modo di programmare in modo più o meno preciso la direzione della mia vita. Adesso che non avrò più esami da preparare, sostenere e superare, mi trovo ferma tra il tutto e il niente con tanti obbiettivi sparsi e nessuna convinzione di riuscire a raggiungerli. Non so come si fa con la vita vera e propria in un momento in cui mi dovrò gradualmente e dolorosamente staccare completamente dai miei.
L'incertezza è la mia personale sfortuna e potenzialmente il mio più grande nemico, d'ora in poi.
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giovedì 29 agosto 2019
ANDARMENE
Andarmene

con una valigia piena
e una promessa
negli occhi
di rendere nulla
la lontananza.
Andarmene
col cuore appeso
e i silenzi
negli sguardi
che si salutano in fretta
quasi con noncuranza.
Preparerò
una valigia
di mattine dolorose
per portarle
via
e abbandonarle
sul ciglio della strada.
Ma lascerò
qui
la luce arancione
delle tende
ad aspettarmi,
come ogni volta.
28/08/2019
mercoledì 8 maggio 2019
ZOOM
17/04/2019 - (ap)punti di una seduta di Laurea Magistrale in Storia dell'Arte,
tre settimane dopo perché ce ne vuole a riprendersi da mesi e anni di stress non-stop.
Io e L che cantiamo a pieni polmoni My Heart Will Go On mentre lei mi fa i capelli.
Uscire di casa da sola con la tesi in mano per raggiungere la macchina piena di tutti gli uomini della mia vita.
L'aula quasi vuota.
La calma improvvisa e impensabile, arrivata insieme al desiderio di volermi godere tutto tutto. Anche le imperfezioni che non uccidono davvero.
L'aula che si riempie impercettibilmente.
La tredicesima il diciassette.
Centodieci.
Io che non avevo mai ancora visto mio padre piangere.
La felicità di scoprire delle rose rosse sulla coroncina d'alloro.
Lo sfondo arancione nelle foto.
Fiori da Torino con un biglietto dalla mia infanzia.
I ritratti ufficiali.
Un dopocena in strada.
Di nuovo riuniti dopo tanto tempo. Di nuovo a rendermi conto che non passeremo mai, qualunque cosa essa significhi davvero.
Le canzoni sconce alla chitarra, cantate nel piazzale sotto la mia prima casa da fuori sede.
La nostra panchina piena di bottiglie a guidare assurde gare di free-style che mi hanno vista più volte pericolosamente a terra.
Il bene e la gratitudine immensi per ognuno di loro.
Il lungo, liberatorio, nostalgico forte pianto incontrollabile seduta a terra da qualche parte in mezzo alle luci quando verso le due di notte ho realizzato che tutto era finito.
Ce l'ho fatta.
mercoledì 6 febbraio 2019
UNA SERA
Il 30 gennaio 2019 ho passato l'ultimo, il più tranquillo, esame universitario della mia vita. Nella maniera più eccezionale possibile.
Ho finito per sempre gli esami ed è da una settimana che cerco di metabolizzare, soprattutto la sospettosa assenza dei sensi di colpa quando mi faccio certe dormite. Sospettosa assenza che ritorna, infatti, alla prima occasione possibile. Come me l'ha rovinata la vita, l'università. Lo dico sempre, ma sorrido ogni volta. Giuro. Adesso quando mi chiedono "e ora?", rispondo piuttosto drammaticamente che ora sono davvero scaraventata da sola nel mondo. E che non vedo l'ora, ma questo non lo dico.
Da quando ho superato l'ultimo esame della mia vita, una settimana fa, sono giunta davanti alla consapevolezza che ho cercato spesso di ricacciare indietro nella mia mente, in questi anni. Cioè che mo' so cazzi. Mo' so cazzi mettere in parole tutto quello che ho vissuto, mentre mi costruivo una cultura per imparare a muovermi nel mondo. Anche se questo l'ho capito davvero verso la fine: che lo studio m'è servito per imparare a vivere. E' impossibile, sarà impossibile, parlarne a comando e dire tutto: è stato troppo grande e inaspettato, da poter metabolizzare da qui a qualche anno.
Ho scritto da qualche parte che le parole arriveranno, all'improvviso, una sera.
Sono qui che le aspetto, da qualche parte nel futuro.
Ho finito per sempre gli esami ed è da una settimana che cerco di metabolizzare, soprattutto la sospettosa assenza dei sensi di colpa quando mi faccio certe dormite. Sospettosa assenza che ritorna, infatti, alla prima occasione possibile. Come me l'ha rovinata la vita, l'università. Lo dico sempre, ma sorrido ogni volta. Giuro. Adesso quando mi chiedono "e ora?", rispondo piuttosto drammaticamente che ora sono davvero scaraventata da sola nel mondo. E che non vedo l'ora, ma questo non lo dico.
Da quando ho superato l'ultimo esame della mia vita, una settimana fa, sono giunta davanti alla consapevolezza che ho cercato spesso di ricacciare indietro nella mia mente, in questi anni. Cioè che mo' so cazzi. Mo' so cazzi mettere in parole tutto quello che ho vissuto, mentre mi costruivo una cultura per imparare a muovermi nel mondo. Anche se questo l'ho capito davvero verso la fine: che lo studio m'è servito per imparare a vivere. E' impossibile, sarà impossibile, parlarne a comando e dire tutto: è stato troppo grande e inaspettato, da poter metabolizzare da qui a qualche anno.
Ho scritto da qualche parte che le parole arriveranno, all'improvviso, una sera.
Sono qui che le aspetto, da qualche parte nel futuro.
lunedì 31 dicembre 2018
BLU DI CIELO
domenica 2 dicembre 2018
LUCI NOSTRE
Urlavi «cosa racconteremo ai figli che non avremo, di questi cazzo di anni zero?».
Mi colpisce il pensiero di come l'impulso nostalgico di una mattina di Settembre, mi abbia spinto ad acquistare un biglietto per la data più vicina. "Vuoi venire?", ho scritto a M., e ancora prima che mi rispondesse sapevo già che sarebbe stato un sì. Il 3 ottobre, invece, nella quotidianità priva di nostalgia (semmai piena di stress) di una mattinata di studio come tante, mi è apparsa sul cellulare la notizia che questi dieci anni di Luci si sarebbero presto spenti. Il modo in cui l'hai detto però, specificando che in maniera molto relativa tu andavi a chiudere un progetto di dieci anni e c'era ancora un sacco di gente che nemmeno aveva idea di chi tu fossi, non l'ha reso tragico. Perché a me piace tantissimo la relatività delle cose. E' stato triste, ecco, anche se tutto quello che sono riuscita a pensare era che è bello accorgersi di essere cresciuti. Tu te ne sarai accorto chissà come, ma dev'essere stata una rivelazione inaspettatamente serena. Come quando senza volere guardi fuori dalla finestra e dici "ah, ma è già buio". Una constatazione amichevole del nostro niente, per rubarti le parole.
Dicevo, in maniera molto relativa tu chiudi questo progetto e c'è gente che è ancora convinta che Le Luci Della Centrale Elettrica sia un gruppo (anche io un bel po' di anni fa ho fatto un po' fatica a capirlo), invece ci sei sempre stato solo tu e quella specie di confusionaria slam poetry che lasciava perplessi chi non ti capiva.
Io invece ho sempre pensato che lavoraccio fosse, mettere dentro una canzone tutto tutto tutto quello che volevi dire. Tu mi hai dato sempre l'impressione di esserne capace, indipendentemente dalle parole che usavi. Indipendentemente dalla confusione, ho sempre capito quello che dovevo capire.
Quindi sai cosa racconterò, di questi cazzo di anni zero? Racconterò la prima parte dei miei vent'anni, il privilegio di crescere accanto a quel gruppo assurdo di amici che mi ha raccolta da terra, ricomposta, messa in piedi tante volte. Un privilegio secondo solo alla gioia di veder loro crescere, compiere passi da giganti, acquisire consapevolezze, ritrovare se stessi dopo essersi persi. Racconterò dei giorni in cui imparavamo a conoscerci, le sere in cui tornavo a casa a piedi dall'università, la solitudine dei ritorni e delle partenze, l'insonnia causata dal pensiero che il futuro potesse separarci, ma «nel disastro il futuro era sempre lì a sorriderci»; dei tramonti che mi riempivano il cuore, le cime degli alberi dopo una lunga giornata, i viaggi in solitaria, le serate felici da fare schifo, tutti i concerti rigorosamente in transenna, i pianti trattenuti, gli esami che mi hanno fatto disperare, le stanze vuote, il rumore delle luci.
Le tue canzoni a fare da soundtrack senza volerlo, ad insegnarmi a provare a dire tutto quello che c'è da dire. Com'è crescere «all'interno delle luci»; com'è non scordare mai le parole di Cara Catastrofe, che ha aperto tutto, inclusi questi anni. E poi racconterò di te, dicendo che «dopo di lui più nessuno a correre con le braccia ad ali di gabbiano», perché servirebbe anche quel tipo di coraggio, a vent'anni.
Hai chiuso con un'inaspettata versione acustica di Questo Scontro Tranquillo, radunandoci tutti ai piedi del palco e non potevi che regalarmi gioia più grande.
Si abbassano le Luci
Si alza il sipario
Entra: Vasco.
domenica 4 novembre 2018
F.
Sono tornata l'altro ieri da cinque giorni a Firenze, vissuti completamente da sola con la mia meraviglia, la sorpresa e la gratitudine anche per i più piccoli incidenti di percorso. Non so ancora organizzare bene nella mia testa le parole giuste per mettere tutto in chiaro: ciò di cui sono sicura ora è che Firenze è stato l'obbiettivo più nascosto degli ultimi due anni e mezzo. E adesso, pensandoci, quei cinque giorni sono stati un po' il riassunto di tante cose, di me, della mia carriera universitaria, delle persone che mi circondano, del mio futuro, dei miei sbagli, della mia autonomia. Un bel riassunto in cinque puntate, che forse ha riconnesso un po' la trama di pezzi di me stessa, che pensavo di essermi persa per sempre per strada.E' tutto ciò che dirò, di Firenze, perché sembravo esserci da sempre e anche ora che sono ritornata, è come se non mi fossi mossa dalle sue strade. Sto cercando di capire se sono tornata intera, ma ne dubito. Serenamente, ne dubito.
sabato 15 settembre 2018
VII

Ho esitato prima di mettermi a scrivere, solo un momento, per fissare questo spazio ancora bianco. Sarà solo l'ennesimo mucchio di frasi che parlano di te, senza che tu lo sappia. Di nuovo questo, l'unico modo che mi viene in mente per non sopperire pensieri che non mi va più di nascondere a me stessa. Come se fosse facile.
Due mattine fa mi sono svegliata e mi ha colpito il ricordo di quella volta che sei sbucato dal c18 con un'espressione che non saprei tuttora definire nel modo giusto. Ricordo solo che mi fece istantaneamente stare bene. In reazione a questo ricordo momentaneamente sbiadito (di quel giorno ricordo sempre, più che altro, il modo in cui ce ne siamo stati abbracciati al caldo per un po'), ho comprato un biglietto per una tappa de Le Luci a Bari.
E' un periodo particolare per la mia testa, quando ti penso e decido di scriverti nel cuore della notte perché so che ti trovo sempre. Forse un mero e patetico tentativo di spingerti a fare lo stesso. Ma sono giunta alla conclusione che non ho nessuna intenzione di cambiare te o le circostanze. Provare a vivere senza aspettative, magari? Qualcuno ci è mai riuscito?
lunedì 30 luglio 2018
VI
E' da giorni che rimando l'annuale resoconto semestrale che faccio in estate, dopo la sessione d'esami, quando è finalmente notte e tutti mi lasciano in pace e io posso fare mentalmente dei passi indietro per capire dove sono, adesso.
Ad esempio, stamattina mentre preparavo pane e pomodoro per mia cugina, mi ha colpito il pensiero che una delle cose che mi rimane di questi ultimi sei/sette mesi è proprio il fatto che io abbia ripreso a mangiare pane. Ho una relazione complicata, col pane, ma questo è stato solo uno degli effetti collaterali di mesi passati, ad esempio, a vivere lontano dalle mie migliori amiche.
Perché questi mesi sono stati mesi di ultime, ingombranti volte. Ho seguito gli ultimi corsi della mia carriera universitaria, ho lasciato la mia ultima casa... Una cosa che non credevo mi rassicurasse, è sapere che ora tutta la roba accumulata in questi sei anni a vivere lontano, si trovi finalmente nella camera di casa mia. Finalmente non c'è più nessun pezzo sparso, di cuscini o coperte, in giro per le case di amici. Non credevo mi rassicurasse la stabilità, soprattutto quella tra le mura in cui sono cresciuta. Ritornare alle origini e non voler scappare. Questi sette mesi mi hanno insegnato l'arte di saper disinnescare, come in quel film di Genovese, ma anche la volontà di sapersi distaccare dagli altri, come dai miei sentimenti o dall'idea che tutto questo sia definitivo.
Questa prima metà dell'anno mi ha costretto, contro ogni mia rosea prospettiva (e volontà), a capire che le responsabilità vanno prese fino in fondo. E' stata una delle cose meno divertenti da realizzare e mettere in atto, soprattutto nel momento in cui ho iniziato a pensare che se non avevo voglia di occuparmi di un cane, forse alla fine -quando il momento arriverà- non avrò voglia nemmeno di occuparmi di un mio futuro figlio. Esatto: per non farmi mancare qualche altra cosa, mi sono messa a pensare pure ai figli che non ho.
Ho camminato, tanto, e mi sono fatta sopraffare da inopportuni sensi di colpa perché non avevo voglia di prendermi alcuna responsabilità, ma il mondo lo richiedeva insistentemente. Ho iniziato a lavorare instancabilmente per non doverci annegare, in quel senso di colpa assurdo. Principalmente per quello. L'idea che avrei vissuto nel mondo per conto mio senza assumere alcuna responsabilità verso gli altri, è stata brutalmente spazzata via dall'imprevedibilità delle situazioni.
Tutto ciò che mi rimane è la consapevolezza di aver sprecato tanto tempo dietro alle mie paure e ossessioni, ma anche un chiaro promemoria a guardare sempre davanti a me, dritto oltre i singoli obbiettivi. Questo, e un paio di lezioni o tre sul sentirsi inadeguati, cosa che, per fortuna, per me è uno stimolo in più a far meglio. E quanta strada dovrò continuare a percorrere…
Sono stati mesi in cui mi ha colpito in faccia una verità che non riuscivo a vedere, perché ero impegnata a notare le assenze, i rimpianti, gli sprechi. Mi ha costretta a sedermi e fare i conti con il rispetto verso me stessa, la chiarezza verso i miei sentimenti e la realizzazione felice che non serviva più soffrire, ma lasciarsi alle spalle le notti insonni, tornando proprio sui miei passi. A recuperare rapporti che alla fine non meritavano di morire nel ricordo di una notte romana, ma dovevano andare avanti con la consapevolezza che spesso non si è giusti gli uni per gli altri, nel senso in cui pensavamo, ma ciò non vuol dire non poter far pace con certe vecchie idee che si rivelano sbagliate. Chiudendo una grossa fase del mio percorso universitario, mi sono persa a guardare l'ultimo tramonto mentre tornavo a casa, con lo zucchero appena comprato. E con un unico pensiero in testa: l'importanza dei ritorni.
mercoledì 11 luglio 2018
HANNAH GASDBY: NANETTE
Questa "comedy" standup di Netflix è stata un pugno nello stomaco che mi ha rialzata da terra. La storia di Hannah Gasdby è qualcosa che ho bisogno di sentire sempre più spesso, perché è la storia che non sono riuscita mai a raccontare io. Semplice e chiaro.
Ho passato la serata a riguardarlo, stasera, perché volevo segnarmi le sue parole sulla Storia dell'Arte perché essere storici dell'Arte, secondo la mia opinione, significa non smettere di studiare mai. Significa imparare da più punti di vista, da più contesti, da più esperienze. E da una persona come lei posso farlo, su vari fronti.
Le riporto per averle sempre a disposizione, perché vi è la storia della sua vita e anche della mia.
Ho passato la serata a riguardarlo, stasera, perché volevo segnarmi le sue parole sulla Storia dell'Arte perché essere storici dell'Arte, secondo la mia opinione, significa non smettere di studiare mai. Significa imparare da più punti di vista, da più contesti, da più esperienze. E da una persona come lei posso farlo, su vari fronti.
Le riporto per averle sempre a disposizione, perché vi è la storia della sua vita e anche della mia.
-"Lo scopo di un artista è quello di 'sentire'. Se Vincent Van Gogh avesse preso dei farmaci, ora non avremmo i girasoli."
-"[...] di farmaci ne ha usati. E tanti. Si medicava da solo, beveva e perfino ingeriva le tempere. Ma sai cos'altro faceva? Non dipingeva solo girasoli, ma anche ritratti di psichiatri. E non psichiatri a caso, ma quelli che lo curavano. E lo medicavano. C'è un ritratto di uno psichiatra in particolare in cui lui tiene in mano un fiore e non è un girasole. E' una digitale. E quella digitale faceva parte di una terapia che Van Gogh assumeva contro l'epilessia. E l'estratto del gran cazzo di digitale usato per scopi medici... e sai cosa succede se prendi dosi troppo alte di estratto di digiale? Ti fa vedere giallo dappertutto. Quindi magari abbiamo i girasoli proprio perché Van Gogh si medicava."
Gli ho chiesto: "cosa pensi veramente? Che la creatività debba per forza voler dire sofferenza? E' questo il prezzo da pagare? Così che tu possa godertela? […]
Prendete Vincent.
La storia che raccontiamo su di lui non va bene perché la riduciamo alla classica storia di successo. "Ha venduto un dipinto in vita sua. Ma guardatelo ora." [...] E la gente crede che Van Gogh sia stato questo genio incompreso. Qualcuno nato prima del suo tempo. Che mucchio di stronzate. Nessuno è nato prima del tempo. E' impossibile! Nessuno può nascere prima del tempo! Non sono gli artisti a inventare lo spirito del tempo, reagiscono solo. Non è nato prima dei tempi. Era un pittore post-impressionista nel picco del post-impressionismo, mentre i trentatré trentini trotterellavano. Non è nato prima del tempo. Non sapeva socializzare. Perché era fuori di testa. Un pazzo instabile. La gente cambiava strada per evitarlo. E' per questo che vendette solo un quadro in vita sua. Non riusciva a socializzare. Questa cosa dell'idealizzare le malattie mentali è ridicola. Non è sinonimo di genio. E' sinonimo di un bel niente. E gli artisti non sono queste figure mitologiche che esistono fuori dal mondo.
No, gli artisti hanno sempre fatto parte del mondo e spesso sono stati attaccati al potere. Sempre.
Dove c'è potere e denaro, c'è sempre l'arte. E questo fin dal Rinascimento.
[…]
Ma è un peccato che la storia dell'arte sia qualcosa di così elitario. Mi ha insegnato molte cose. Inutili a livello economico, ma ho imparato come funziona il mondo. Capisco molto bene come funziona e lo capisco grazie alla storia dell'arte.
[…]
Mi ha anche insegnato che ci sono due tipi di donne. Le vergini e le prostitute.
Una ragazzina ha sempre e solo avuto due opzioni. Diventare una vergine o una prostituta. La scelta era tra queste due.
[...] Se andate a vedere tutte quelle vecchie opere esposte nelle gallerie, sembra che le donne esistano da un po'. Da ancora prima dei vestiti.
[...]
Ma la storia dell'arte mi insegna che, tradizionalmente, le donne non avevano tempo per pensare. Erano troppo occupate a pisolare nude nella foresta.
[...]
L'arte occidentale è fatta di uomini che ritraggono donne come vasi di carne dove piantare i propri gambi.
-
[...]
Pablo Picasso. Lo odio, ma non si può dire. Lo detesto. Ma non puoi. Cubismo. E se rovini il cubismo la nostra civiltà andrà in rovina. Il Cubismo. Non siamo grati, tutti noi... di vivere in un mondo post-cubista? Non è la prima cosa che scriviamo nei nostri diari della gratitudine? Non mi piace Picasso. Lo detesto. E so che dovrei essere più generosa con lui perché soffriva di malattie mentali. Ma nessuno lo sa, perché non si addice al suo mito. Perché ci fanno credere che Picasso fosse questo virile, passionale e geniale scroto di uomo, no? Ma soffriva di malattie mentali, Picasso. E la cosa peggiorò con l'età. La malattia mentale di Picasso era la misoginia.
"La misoginia è una malattia mentale?" Sì. Sì che lo è. Specialmente se sei un maschio eterosessuale. Perché se odiate ciò che desiderate, sapete cosa avete? Un bel po' di tensione!
Dicono che non era un misogino, ma si sbagliano. Se non mi credete, sentite cos'ha detto il nostro caro Picazzo: "ogni volta che lascio una donna, dovrei bruciarla. Distruggi la donna e distruggerai il passato che rappresenta." Bel tipino. Il più grande artista del ventesimo secolo. Rendiamo di nuovo grande l'arte, ragazzi.
Picasso si è scopato una minorenne. E a me basta questo, non mi interessa. "Ma il cubismo? Ci serve."
Marie-Thérèse Walter aveva 17 anni quando l'ha incontrato, minorenne. Giuridicamente parlando. Picasso ne aveva 42 era sposato e all'apice della carriera. Ha importanza? Sì. Sì, ce l'ha. Ce l'ha eccome. Ma come lui dice: "No, è stato perfetto. Eravamo entrambi nel fiore degli anni".
L'ho letto a 17 anni. Ma allora non ero arrabbiata, perché studiavo il cubismo!-
Lasciate che mi spieghi. Il cubismo è importante. Lo è veramente, ha cambiato tutto. Picasso ci ha liberati dalla schiavitù. Dalla schiavitù di dover riprodurre fedelmente una realtà tridimensionale su una superficie bidimensionale. La prospettiva a tre punti, quella che crea l'illusione di un singolo, stabile punto di vista? Picasso disse: "No! Siete liberi! Usate tutte le prospettive insieme! Dall'alto al basso, dentro e fuori, tutte le prospettive contemporaneamente!" Grazie, Picasso. Che uomo. Che eroe. Grazie. Ma tra quelle prospettive, ce n'era una femminile? No? Allora non me ne frega un cazzo.
Continuano a dirmi di separare l'uomo dalla sua arte, di differenziare una cosa dall'altra, perché è l'arte che conta, non l'artista. Quindi bisogna imparare a separarli. Beh, va bene, ok. Facciamo una prova. Perché non togliamo il nome Picasso e vediamo quanto valgono i suoi scarabocchi? Nessuno colleziona blocchi di Lego, collezionano Picasso!
[...]
L'errore di Picasso era la sua arroganza. Credeva di poter rappresentare tutti i punti di vista. E il nostro errore è stato quello di invalidare il punto di vista di una ragazzina diciassettenne perché credevamo che il suo potenziale non avrebbe eguagliato il suo. Col senno di poi, tutti i nodi vengono al pettine. Una diciassettenne non sarà mai e poi mai nel fiore degli anni! Mai!
Sapete perché abbiamo i girasoli? Non perché Vincent Van Gogh ha sofferto. E' perché Van Gogh aveva un fratello che gli voleva bene. Nonostante il dolore, aveva qualcosa che lo teneva legato al mondo. Ed è su quello che le nostre storie dovrebbero concentrarsi. I legami.
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venerdì 20 aprile 2018
V
Non mi siedo mai in questo punto della casa, sulla panchinetta grigia in salotto che ha davanti la grande finestra che da sul balcone. Mi rendo conto che è già poetico così e infatti è l'ideale, se solo non avessi lo strano complesso interiore di non volermi mai far vedere mentre scrivo al pc. Non mi siedo mai qui per scrivere, perché il corridoio vicino è quello che parte dalla porta d'ingresso. Che ansia.
Ho sempre scritto nel buio e nella solitudine di camera mia, appunto perché non so concentrarmi né farmi vedere. Questo mi riporta a un problema che mi ha davvero tormentato nel corso delle scorse settimane: qualcosa che è durato relativamente poco, qualche giorno, ma che in realtà mi trascino praticamente da sempre. Infatti persiste ancora in questo momento, solo in una forma più attenuata e leggermente più calma. La colpa è tutta di Xavier Dolan reo, innanzitutto, di non avermi (ancora) risposto su Twitter o Instagram e poi, in "secondo luogo", di avermi involontariamente messa con le spalle al muro per costringermi a osservare, uno per uno, tutti i miei limiti. Non ci vedo nulla di male nell'avere dei limiti, non è questo il problema. Il problema, nel mio caso, sorge quando mi rifiuto categoricamente di superarli o almeno provarci nel momento in cui so di poterlo fare. Non capisco, perciò, se si tratta di limiti nel senso puro della parola oppure semplicemente di paura, poco coraggio, pigrizia.
Un limite è il fatto che, appunto, mi nascondo da sempre quando scrivo. Sia fisicamente che psicologicamente: dentro una stanza, dietro uno pseudonimo, in mezzo alle storie. Pochissime persone che realmente mi conoscono hanno letto qualcosina di mio e questo solo dopo che la sottoscritta c'ha messo del tempo per decidersi. Ci sono stati giorni, di recente, in cui mi sono chiesta da dove, quale punto della mia vita passata, partisse tutta questa vergogna. Tutto questo nascondersi, questo vivere quasi una vita parallela a questa e solo mia. Ho tentato di ricollegare questa vergogna di metterci la faccia e la verità dentro le parole e mi è venuto in mente quanto mia madre odiasse le carinerie, quando ero piccina. Quanto mio padre fosse distante. La verità è che, sebbene le cose adesso siano cambiate tantissimo, quel soffocamento emotivo mi deve aver portata dritta sulla strada in cui sono. I miei sono cresciuti con me e sono diventati i miei più grandi sostenitori, il loro sostegno e supporto non mi manca, tuttavia non so ancora come ritornare indietro e ripartire nuovamente, perché scrivo da sempre e da sempre mi nascondo. Perché mi protegge, perché posso controllarlo, perché è il modo più semplice di non soccombere.
Non lo so.
Fatto sta che aver conosciuto il lavoro e le storie coraggiose, oneste, forti e autobiografiche di questo ragazzo di 29 anni mi ha prima buttato a terra l'autostima, poi quando si è rialzata l'ha presa per i capelli e l'ha ributtata di nuovo.
Ciò che avrei tanto voluto sapere da lui è come si scrive senza filtri, come si fa a dire veramente la verità e venirne fuori. Come si diventa così determinati come i treni che sfrecciano senza fermarsi in nessun caso.
Non lo so, di nuovo.
Ma adesso so che è possibile venirne fuori, in un modo o nell'altro, perché non c'è nessuna fretta e la strada è sempre così lunga.
giovedì 12 aprile 2018
Thread - Queste cose mie
🌹 queste cose mie, thread 🌹— Caffellatte (@bitjou) 12 aprile 2018
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domenica 31 dicembre 2017
R E W I N D 2017
L'acqua di VeneziaLa Tempesta di GiorgioneUna poesia per Luigi TencoUna lunga lettera in ingleseLa decisione di non trascinarsiUn inaspettato, lungo, forzato, noioso film mutoE le lacrime di ogni giornoAlexander HamiltonSentire senza superficialitàLa solitudine dell'anima nei pomeriggiCamminare su una corda tesaUn teatro nell'oscuritàTaralli al Drive-InLitigiTraslochiIl più possibile il mareDentro la notte, un profiloTramonti a RomaIl Mosè di MichelangeloNessun appetitoUna casa dalle mura verdiUna poesia ai miei venticinque anniFame chimicaDa qualche parte negli angoli dell'UniversitàUna festa senza più segretiE un appuntamento dal parrucchiereUn 'addio al Laureato'Qualcuno tra i cubi che suona una chitarra, al tramontoLa mancanza delle mie luciUn seminterrato stranamente caldoImparare di nuovo a giocare a carteFuori fino a notteE biglietti obliterati
Il desiderio di non perderci mai nulla di noiAl museo da solaLucky che mi da due baciniLibri ancora da leggereRegali dimenticati in pullmanTè per tutti alle 23Sogni in cui non so scendere da posti altissimiMa eventualmente ci riescoChe sia un anno di coraggio, nonostante tutto.
martedì 26 dicembre 2017
DOCTOR WHO / LAUGH HARD. RUN FAST. BE KIND.
A lungo ho pensato alle parole che avrei scritto, quando Steven Moffat avrebbe detto addio a Doctor Who. Ad oggi, comprendo che, quando penso a quest'uomo, non mi viene in mente nient'altro che il suo amore viscerale per questa serie. Una fedeltà incrollabile in questo personaggio particolare che ha contribuito a cambiare e far crescere in maniera epocale. Questo personaggio particolare che ci mantiene bambini e sognatori. E' il compito più difficile dell'Universo, non perdersi dentro i noiosi affanni di una vita adulta.Ci sono parole che rimangono con noi molto più a lungo rispetto ad altre, insegnamenti e rivelazioni che s'imprimono di più nella mente, mentre altre sfumano nell'esatto momento in cui ci distraiamo. Ricordo chi mi ha spiegato per la prima volta il significato di qualche parola e ricordo chi mi ha insegnato determinati atteggiamenti, per poter stare al mondo.Breve discorso che porta al mio Dottore preferito: l'Undicesimo, il figlio prediletto di Steven Moffat, il quale finalmente con la quinta serie ha preso in mano la direzione dello show per portarlo su una strada senza più ritorno. Nessun rimpianto, né rimorso: Geronimo!, davvero, senza pensarci due volte a sbattere violentemente contro le convenzioni, la logica, la tradizione e i muri. Un Dottore che si ferma a metà tra un vecchio e un bambino e decide di lasciarsi indietro il dolore, correndo lontano il più possibile. Ridendogli forte addosso, posticipandolo, non dandogli voce, non lasciandolo parlare, non facendosi frenare dai rimorsi, dalle perdite e dalle parole non dette.Quando perde i Pond, l'Undicesimo Dottore non ne parla più. Guadagnandosi tutta la mia comprensione e il mio rispetto.Il suo dolore è solo il suo e decide lui se farlo vedere, decide lui di non parlarne, decide lui di nasconderlo e non pensarci.Mentre il dolore è comunque lì come un'assenza ingombrante, nelle pareti blu del suo TARDIS e negli abiti improvvisamente più scuri perché questa è l'unica voce che lui gli concederà.Ho sempre definito l'Undicesimo Dottore molto meno umano rispetto al Decimo, affermando di apprezzare un sacco questa sua qualità. Nel momento in cui scrivo, mi colpisce in pieno la consapevolezza che probabilmente l'Undicesimo sia stato il più umano dei due. Quello che va avanti per non fermarsi a pensare. Quello che nasconde i suoi veri sentimenti per non averci nulla a che fare. Quello che si tiene il lutto dentro perché è solo il suo e nessun altro può capirci nulla. Quello che più si avvicina al mio cuore.Se dovrò parlare di Steven Moffat non posso farlo senza citare l'Undicesimo Dottore, che quest'uomo ha fatto vivere e in cui ha riversato tutta la parte migliore di un sogno che durava da una vita. Ci sono tante lacrime, riflessioni e sorrisi che devo a Steven Moffat. Mettere tutto dentro queste parole è forse la parte più difficile.Ho parlato prima di momenti particolari che non sembrano sfumare via, con gli anni. Quando mi hanno detto che Babbo Natale non esiste, l'ho vissuta come una violenza psicologica assurda. Io non avevo bisogno di quella rivelazione, io avevo bisogno di credere in quella figura che in tutti i modi gli altri cercavano di cancellare dall'esistenza. Ricordo ancora l'iniziale sentimento di rifiuto come fosse ieri.Questo show e coloro che ci hanno lavorato in tutti questi anni, hanno dato un pretesto alla bambina del mio passato affinché potesse continuare a credere. E' davvero tutto ciò che devo a questa serie tv e tutto ciò di cui sono grata, per estensione, anche a Steven Moffat. Che ha saputo parlare al mio cuore e darmi un personaggio che più si avvicinasse ai miei sbagli. E non ho iniziato nemmeno a parlare delle donne nate dalla sua penna: forti, affamate, libere, curiose e indimenticabili. River Song, Amelia Pond, Clara Oswald e Bill Potts, pezzi di storie senza una fine. Nessuna di loro muore o scompare davvero dal tempo.E poi è arrivato Peter Capaldi, di cui ricordo l'iniziale delusione per la scelta di un attore che era abbondantemente già apparso in Doctor Who e in Torchwood. La mia proverbiale diffidenza mi portava a credere che avrebbero sicuramente fatto un macello per spiegare questo ingombrante paradosso; tempo due stagioni (la mia preferita, di sua, rimane la 9) e mi sono ricreduta e affezionata. Una diffidenza spazzata via dalla conoscenza di un'altra infanzia, la sua, che cercava anche di sopravvivere.Se penso che Capaldi e Moffat siano stati lì davanti alla tv sin dagli arbori di Doctor Who e, in qualche modo, abbiano impostato i loro sogni partendo dal loro amore per questo show, stento davvero a crederci.Eppure, d'altro canto, non mi sorprende davvero.Da questo momento in poi, scrivo come qualcuno che ha già visto due volte l'episodio finale di Steven Moffat e Peter Capaldi e si è fatta un bel pianto sostanzioso.Come ho scritto altrove, l'episodio finale di Steven Moffat non è stato pieno di mostri, cattiverie, plotting e casini. Il suo addio ha avuto la forma di un episodio pacifico, sereno, malinconico, persino divertente. Per una volta nessuno cerca di ammazzare nessuno e il bene vince senza nemmeno combattere. Così atipico per uno come Steven Moffat, che per me ci sta tutto. Ha dettoaddioal Dottore nella maniera più grata possibile: in silenzio, attraverso la persona di Peter Capaldi. Attraverso le parole che non ha saputo dire, perché le ho avvertite tutte.
Due sognatori che hanno lasciato lo show nello stesso modo in cui l'hanno conosciuto: con un cuore da bambini. Solo i bambini sanno il nome del Dottore, se il loro cuore è al posto giusto e le stelle sono favorevolmente allineate. Saranno coloro che non cresceranno mai veramente, né dovranno dire addio davvero. Saranno coloro che si affideranno alle storie, per non perdersi mai nel caos della loro mente e del mondo là fuori. Tutti siamo storie, alla fine. Se il nostro cuore è al posto giusto e le stelle sono favorevolmente allineate, non finiremo mai.
Per sempre grata.
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mercoledì 1 novembre 2017
IV - HAMILTON, AN AMERICAN MUSICAL
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Lin-Manuel Miranda (autore della musica e dei testi, oltre che protagonista) dopo la sua ultima interpretazione come Alexander Hamilton. |
C'è di solito una grande solitudine, dietro l'attaccamento quasi ossessivo per un'opera artistica di qualsiasi genere. Questo, almeno, è quello che è sempre successo a me. E' successo spesso, continuerà a succedere e le uniche persone che ne soffriranno saranno coloro che si dovranno subire tutti i miei infiniti discorsi in merito, perché non posso farne a meno.
Il 28 Marzo mi trovavo nel bel mezzo di una crisi generale in cui la sorte aveva sadicamente deciso di inchiodarmi a casa, per chissà quanto tempo. Quando ripenso a questo periodo della mia vita, oggi che la tempesta è cessata, mi rendo conto che è stato qualcosa di relativamente breve e mi rendo conto anche che esistono cose più gravi di quelle che ho dovuto vivere io. Nonostante questo, però, so anche quanto sia stato buio, triste, doloroso e solitario quel periodo che sembrava (lo è stato) un lungo, noioso, interminabile film muto.
Come altre volte è successo, la musica mi ha fatto andare avanti ed è stato ciò che mi ha salvata. Non ho mai saputo in che modo questo succede, ma sono felice di dire che non si tratta di un cliché.
Non sapevo ancora che il 28 Marzo, giorno in cui avrei conosciuto questo musical, sarebbe stato il giorno in cui avrei ripreso la strada verso un'irraggiungibile serenità mentale. Di quel giorno mi sono rimaste tre cose: una foto scattata allo schermo del pc mentre il musical iniziava e il viso bagnato di lacrime, mentre il musical finiva. E una consapevolezza in un verso di canzone: I have never been the same, come dice Angelica dopo la prima volta che incontra Alexander.
Io ho tre sogni, in questo punto preciso della mia vita:
- Scrivere qualcosa che farebbe sentire chi legge, nel modo in cui mi fa sentire questo musical ogni volta che lo guardo/ascolto: qualcosa che assomiglia a un rassicurante, quanto invisibile, caldo abbraccio protettivo del tipo "stai tranquilla ci penso io".
- Scrivere qualcosa che si avvicini solamente un po', alla bellezza senza nome che ha per me questo musical.
- Avere, se non un po' del raro talento di Lin-Manuel Miranda, almeno la sua stessa passione incrollabile per le parole. Almeno la sua stessa meravigliosa dedizione.
Questi tre sono i sogni che, inaspettatamente e senza fare rumore, mi si attaccarono addosso quella notte del 28 Marzo.
Questi sono i sogni di ogni singola volta che ho pianto, piango e piangerò quando partono le note di The World Was Wide Enough e Who lives, Who dies, Who tells your story, le canzoni che chiudono Hamilton e che mi abbracciano in una duratura e speranzosa stretta protettiva del tipo "stai tranquilla, andrà tutto bene".
Sono mesi che cerco le parole giuste per descrivere ciò che è per me Hamilton. Sicuramente a voce so di essermi già espressa in lungo e in largo con poche persone, fino a risultare fastidiosa. Ma se ne avessi la possibilità, il mio regalo più grande per loro sarebbe la gioia che per me è stato conoscere questo musical. Gli direi: se potessi, ti regalerei solo questo tutta la vita.
Se mi chiedeste oggi dove mi piacerebbe vivere, risponderei in questa canzone.
sabato 29 luglio 2017
III - MAI SOLA
Ho una stanza piena di libri, che mi fanno sentire al sicuro: niente mi fa sentire al sicuro quanto il circondarmi di libri, di parole.
C'è così tanto da immaginare, quando alzo gli occhi e mi fermo a fissarli senza un'apparente ragione.
Penso ai libri che ho comprato e che non sono riuscita ancora a leggere, penso al momento in cui loro mi troveranno di nuovo. Ad un certo punto nel mio futuro, ci sarà quel momento che mi farà allungare la mano verso quel libro non ancora iniziato. Penso al modo in cui mi cambierà la vita.
Ci sono stati libri che ho letto quando ero una ragazzina e che non ho compreso né apprezzato, per le più svariate ragioni. Quegli stessi libri, riletti in tempi recenti, sono diventati i miei preferiti. I loro autori, gli autori della mia vita.
Alzo gli occhi, senza una ragione apparente e mi si riempie il cuore di chissà quante possibilità di essere nuovamente salvata. Ho una stanza piena di libri e non sono mai sola.
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