L'acqua di VeneziaLa Tempesta di GiorgioneUna poesia per Luigi TencoUna lunga lettera in ingleseLa decisione di non trascinarsiUn inaspettato, lungo, forzato, noioso film mutoE le lacrime di ogni giornoAlexander HamiltonSentire senza superficialitàLa solitudine dell'anima nei pomeriggiCamminare su una corda tesaUn teatro nell'oscuritàTaralli al Drive-InLitigiTraslochiIl più possibile il mareDentro la notte, un profiloTramonti a RomaIl Mosè di MichelangeloNessun appetitoUna casa dalle mura verdiUna poesia ai miei venticinque anniFame chimicaDa qualche parte negli angoli dell'UniversitàUna festa senza più segretiE un appuntamento dal parrucchiereUn 'addio al Laureato'Qualcuno tra i cubi che suona una chitarra, al tramontoLa mancanza delle mie luciUn seminterrato stranamente caldoImparare di nuovo a giocare a carteFuori fino a notteE biglietti obliterati
Il desiderio di non perderci mai nulla di noiAl museo da solaLucky che mi da due baciniLibri ancora da leggereRegali dimenticati in pullmanTè per tutti alle 23Sogni in cui non so scendere da posti altissimiMa eventualmente ci riescoChe sia un anno di coraggio, nonostante tutto.
domenica 31 dicembre 2017
R E W I N D 2017
martedì 26 dicembre 2017
DOCTOR WHO / LAUGH HARD. RUN FAST. BE KIND.
A lungo ho pensato alle parole che avrei scritto, quando Steven Moffat avrebbe detto addio a Doctor Who. Ad oggi, comprendo che, quando penso a quest'uomo, non mi viene in mente nient'altro che il suo amore viscerale per questa serie. Una fedeltà incrollabile in questo personaggio particolare che ha contribuito a cambiare e far crescere in maniera epocale. Questo personaggio particolare che ci mantiene bambini e sognatori. E' il compito più difficile dell'Universo, non perdersi dentro i noiosi affanni di una vita adulta.Ci sono parole che rimangono con noi molto più a lungo rispetto ad altre, insegnamenti e rivelazioni che s'imprimono di più nella mente, mentre altre sfumano nell'esatto momento in cui ci distraiamo. Ricordo chi mi ha spiegato per la prima volta il significato di qualche parola e ricordo chi mi ha insegnato determinati atteggiamenti, per poter stare al mondo.Breve discorso che porta al mio Dottore preferito: l'Undicesimo, il figlio prediletto di Steven Moffat, il quale finalmente con la quinta serie ha preso in mano la direzione dello show per portarlo su una strada senza più ritorno. Nessun rimpianto, né rimorso: Geronimo!, davvero, senza pensarci due volte a sbattere violentemente contro le convenzioni, la logica, la tradizione e i muri. Un Dottore che si ferma a metà tra un vecchio e un bambino e decide di lasciarsi indietro il dolore, correndo lontano il più possibile. Ridendogli forte addosso, posticipandolo, non dandogli voce, non lasciandolo parlare, non facendosi frenare dai rimorsi, dalle perdite e dalle parole non dette.Quando perde i Pond, l'Undicesimo Dottore non ne parla più. Guadagnandosi tutta la mia comprensione e il mio rispetto.Il suo dolore è solo il suo e decide lui se farlo vedere, decide lui di non parlarne, decide lui di nasconderlo e non pensarci.Mentre il dolore è comunque lì come un'assenza ingombrante, nelle pareti blu del suo TARDIS e negli abiti improvvisamente più scuri perché questa è l'unica voce che lui gli concederà.Ho sempre definito l'Undicesimo Dottore molto meno umano rispetto al Decimo, affermando di apprezzare un sacco questa sua qualità. Nel momento in cui scrivo, mi colpisce in pieno la consapevolezza che probabilmente l'Undicesimo sia stato il più umano dei due. Quello che va avanti per non fermarsi a pensare. Quello che nasconde i suoi veri sentimenti per non averci nulla a che fare. Quello che si tiene il lutto dentro perché è solo il suo e nessun altro può capirci nulla. Quello che più si avvicina al mio cuore.Se dovrò parlare di Steven Moffat non posso farlo senza citare l'Undicesimo Dottore, che quest'uomo ha fatto vivere e in cui ha riversato tutta la parte migliore di un sogno che durava da una vita. Ci sono tante lacrime, riflessioni e sorrisi che devo a Steven Moffat. Mettere tutto dentro queste parole è forse la parte più difficile.Ho parlato prima di momenti particolari che non sembrano sfumare via, con gli anni. Quando mi hanno detto che Babbo Natale non esiste, l'ho vissuta come una violenza psicologica assurda. Io non avevo bisogno di quella rivelazione, io avevo bisogno di credere in quella figura che in tutti i modi gli altri cercavano di cancellare dall'esistenza. Ricordo ancora l'iniziale sentimento di rifiuto come fosse ieri.Questo show e coloro che ci hanno lavorato in tutti questi anni, hanno dato un pretesto alla bambina del mio passato affinché potesse continuare a credere. E' davvero tutto ciò che devo a questa serie tv e tutto ciò di cui sono grata, per estensione, anche a Steven Moffat. Che ha saputo parlare al mio cuore e darmi un personaggio che più si avvicinasse ai miei sbagli. E non ho iniziato nemmeno a parlare delle donne nate dalla sua penna: forti, affamate, libere, curiose e indimenticabili. River Song, Amelia Pond, Clara Oswald e Bill Potts, pezzi di storie senza una fine. Nessuna di loro muore o scompare davvero dal tempo.E poi è arrivato Peter Capaldi, di cui ricordo l'iniziale delusione per la scelta di un attore che era abbondantemente già apparso in Doctor Who e in Torchwood. La mia proverbiale diffidenza mi portava a credere che avrebbero sicuramente fatto un macello per spiegare questo ingombrante paradosso; tempo due stagioni (la mia preferita, di sua, rimane la 9) e mi sono ricreduta e affezionata. Una diffidenza spazzata via dalla conoscenza di un'altra infanzia, la sua, che cercava anche di sopravvivere.Se penso che Capaldi e Moffat siano stati lì davanti alla tv sin dagli arbori di Doctor Who e, in qualche modo, abbiano impostato i loro sogni partendo dal loro amore per questo show, stento davvero a crederci.Eppure, d'altro canto, non mi sorprende davvero.Da questo momento in poi, scrivo come qualcuno che ha già visto due volte l'episodio finale di Steven Moffat e Peter Capaldi e si è fatta un bel pianto sostanzioso.Come ho scritto altrove, l'episodio finale di Steven Moffat non è stato pieno di mostri, cattiverie, plotting e casini. Il suo addio ha avuto la forma di un episodio pacifico, sereno, malinconico, persino divertente. Per una volta nessuno cerca di ammazzare nessuno e il bene vince senza nemmeno combattere. Così atipico per uno come Steven Moffat, che per me ci sta tutto. Ha dettoaddioal Dottore nella maniera più grata possibile: in silenzio, attraverso la persona di Peter Capaldi. Attraverso le parole che non ha saputo dire, perché le ho avvertite tutte.
Due sognatori che hanno lasciato lo show nello stesso modo in cui l'hanno conosciuto: con un cuore da bambini. Solo i bambini sanno il nome del Dottore, se il loro cuore è al posto giusto e le stelle sono favorevolmente allineate. Saranno coloro che non cresceranno mai veramente, né dovranno dire addio davvero. Saranno coloro che si affideranno alle storie, per non perdersi mai nel caos della loro mente e del mondo là fuori. Tutti siamo storie, alla fine. Se il nostro cuore è al posto giusto e le stelle sono favorevolmente allineate, non finiremo mai.
Per sempre grata.
Etichette:
Doctor Who,
personal,
Peter Capaldi,
serie tv,
Steven Moffat
mercoledì 1 novembre 2017
IV - HAMILTON, AN AMERICAN MUSICAL
![]() |
Lin-Manuel Miranda (autore della musica e dei testi, oltre che protagonista) dopo la sua ultima interpretazione come Alexander Hamilton. |
C'è di solito una grande solitudine, dietro l'attaccamento quasi ossessivo per un'opera artistica di qualsiasi genere. Questo, almeno, è quello che è sempre successo a me. E' successo spesso, continuerà a succedere e le uniche persone che ne soffriranno saranno coloro che si dovranno subire tutti i miei infiniti discorsi in merito, perché non posso farne a meno.
Il 28 Marzo mi trovavo nel bel mezzo di una crisi generale in cui la sorte aveva sadicamente deciso di inchiodarmi a casa, per chissà quanto tempo. Quando ripenso a questo periodo della mia vita, oggi che la tempesta è cessata, mi rendo conto che è stato qualcosa di relativamente breve e mi rendo conto anche che esistono cose più gravi di quelle che ho dovuto vivere io. Nonostante questo, però, so anche quanto sia stato buio, triste, doloroso e solitario quel periodo che sembrava (lo è stato) un lungo, noioso, interminabile film muto.
Come altre volte è successo, la musica mi ha fatto andare avanti ed è stato ciò che mi ha salvata. Non ho mai saputo in che modo questo succede, ma sono felice di dire che non si tratta di un cliché.
Non sapevo ancora che il 28 Marzo, giorno in cui avrei conosciuto questo musical, sarebbe stato il giorno in cui avrei ripreso la strada verso un'irraggiungibile serenità mentale. Di quel giorno mi sono rimaste tre cose: una foto scattata allo schermo del pc mentre il musical iniziava e il viso bagnato di lacrime, mentre il musical finiva. E una consapevolezza in un verso di canzone: I have never been the same, come dice Angelica dopo la prima volta che incontra Alexander.
Io ho tre sogni, in questo punto preciso della mia vita:
- Scrivere qualcosa che farebbe sentire chi legge, nel modo in cui mi fa sentire questo musical ogni volta che lo guardo/ascolto: qualcosa che assomiglia a un rassicurante, quanto invisibile, caldo abbraccio protettivo del tipo "stai tranquilla ci penso io".
- Scrivere qualcosa che si avvicini solamente un po', alla bellezza senza nome che ha per me questo musical.
- Avere, se non un po' del raro talento di Lin-Manuel Miranda, almeno la sua stessa passione incrollabile per le parole. Almeno la sua stessa meravigliosa dedizione.
Questi tre sono i sogni che, inaspettatamente e senza fare rumore, mi si attaccarono addosso quella notte del 28 Marzo.
Questi sono i sogni di ogni singola volta che ho pianto, piango e piangerò quando partono le note di The World Was Wide Enough e Who lives, Who dies, Who tells your story, le canzoni che chiudono Hamilton e che mi abbracciano in una duratura e speranzosa stretta protettiva del tipo "stai tranquilla, andrà tutto bene".
Sono mesi che cerco le parole giuste per descrivere ciò che è per me Hamilton. Sicuramente a voce so di essermi già espressa in lungo e in largo con poche persone, fino a risultare fastidiosa. Ma se ne avessi la possibilità, il mio regalo più grande per loro sarebbe la gioia che per me è stato conoscere questo musical. Gli direi: se potessi, ti regalerei solo questo tutta la vita.
Se mi chiedeste oggi dove mi piacerebbe vivere, risponderei in questa canzone.
Iscriviti a:
Post (Atom)
